Ogni ricercare lascia tenui segni di riconoscimento e cicatrici invisibili sulla crosta della pelle. Mi guardo intorno e cerco punti di riferimento e bagliori di luci che m'indichino un cammino qualunque. Mossi dal vento, i fili d'erba oscillano rischiando di spezzarsi dopo aver dato prova di un'estrema, commovente flessibilità. Stranamente, mi sento un altro. Ho barba e capelli più lunghi e mi appoggio ad un bastone che non ricordavo di portare con me. Cammino su una strada sterrata nei pressi del mio paese. Il latrato straziante di un cane sembra portare con sé un inquietante presagio. Poi, più niente. Solo un assordante silenzio e insetti che ronzano ciechi nel vorticare dell'aria. L'andamento incerto del mio passo ricorda l'incedere circospetto dello straniero in una terra che egli non conosce. Il tatto è divenuto l'unico modo per distinguere ciò ch'è reale da quello che si perde nella strada della mia finzione. Ancora adesso, non so se i miei occhi sono aperti o chiusi.
sabato 24 novembre 2007
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1 commento:
Quello che pensiamo di non conoscere è soltanto quello che non vogliamo conoscere. A volte nulla è più estraneo del luogo dove si è nati.
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