La lente della statistica delle storie finite non dice un bel niente. Anche se, così sembra, è quella che fotografa meglio ciò che accade. Chi lo sa? Forse le storie d'amore si somigliano tutte e siamo noi che nel momento in cui nascono vi proiettiamo le nostre aspirazioni, i nostri desideri e le idee che ci formiamo fin da bambini. Queste idee ci accompagnano sempre, anche se spesso lo dimentichiamo. Per questo siamo e saremo sempre tutti diversi.
Ma un grande fotografo, nonostante la fissità dell'immagine, deve saper cogliere ciò che si agita dietro l'immobilità di un ricordo, di un paesaggio, di un fiume che scorre. Un grande fotografo deve soprattutto saper fotografare le cose che non si vedono. Deve saper scalare la più alta montagna e l'abisso più profondo. Deve saper guardare l'alto per capire il basso. Perché solo quando ci si trova nel fango, poi è più facile navigare nell'oro. Un amore che nasce è un'entità invisibile, una delle tante che ci accompagnano lungo il cammino. L'amore è un furfantello benigno e disonesto. Dietro una grande fotografia non si nasconde mai una realtà statica. Tra l'inizio e la fine, fluttuiamo noi.
Sì, lo so. Il modo ancor ci offende. Ci offende non che sia finita, ma che nessuno ci abbia chiesto di cominciare. Amore tiranno. Amore bastardo che illude e poi disincanta. Ogni storia arriva e ci colpisce e ci "vince". Poi, come in un gioco speculare, sordido e incomprensibile, due mani ce la portano via solo perché la nostra mano non la teneva già più.
Come tanti anni fa, sono ancora dalla tua parte. Allora nessuno ti chiese cosa tu pensassi, ora tutti lo faranno. Io invece non voglio. Perché farlo significherebbe condannare il vissuto che ci appartiene e che infondiamo quotidianamente negli avvenimenti che accadono. Perché tacere significa ricordarsi che noi, in fondo, siamo solo una serie d'istanti che fondano la nostra percezione delle cose. Ricordarlo, non fa male.
E' con te che parlo, non con un numero. So quel che provi. Perché in quella sera d'ottobre di tanti anni fa noi poggiavamo entrambi i gomiti sul bancone di una vecchia cantina senza sentire il bisogno di dirci, io a te e tu a me, ch'eravamo cresciuti, cambiati. Insomma ch'eravamo migliori e più grandi.
Le parole della tua lettera mi hanno scosso, mortificato ed esaltato. Essenziali e poetiche. La metafora delle ginocchia che non reggono al primo salto importante è la vera rappresentazione della vita. Altro che marionetta disarticolata. La vita sa bene dove vorrebbe andare, ma non sa dove mettere i piedi. Poi quando li poggia sul terreno si accorge che le buche sono troppe, ben distribuite e pure capaci di parlare.
Ma invece di partire dalla fine, io comincerei dall'inizio. Ben sapendo che quel ch'è accaduto sarà certamente il banco di prova per scoprire un altro uomo. Più solo, con meno alibi, con la responsabilità di prendere decisioni in proprio. Niente consultazioni, niente permessi, niente domande. Niente sensi di colpa. Solo rette parallele che s'incontrano ai nastri di partenza per poi ritrovarsi quando la corsa è finita. E quanto a quel che attendevi, sappi che arriva sempre e torna di nuovo a farsi desiderare. Finalmente, dopo tredici anni, ti toccherà andare verso quel fiume da solo, finalmente l'acqua che imbarcherai ti servirà per spegnere una vita che ormai è solo tua. E credimi, sono certo che il coraggio non ti mancherà. Non vedo l'ora di conoscerti di nuovo. E' bello stare soli, amico! La cosa più commovente sarà per te scoprire che quel fuoco che senti dentro non devi nemmeno spegnerlo, perché servirà a bruciare tutto quello per cui aveva bruciato prima. Lo sai che sono tanti, tredici anni? Allora, in quel lontano millenovecentonovantaquattro, mentre tutti noi pensavamo a svuotare i "bambinelli", tu prendevi moralmente la strada di un percorso condiviso. Noi bevevamo vino, tu l'ambrosia della maturità. Senza soluzione di continuità, ti sei ritrovato da una parte all'altra. Per ogni storia che finisce un'altra aspetta di cominciare. Cambiava la sostanza, non la forma. Ora che non hai più nessuna delle due, scoprirai quant'è bello ignorare le responsabilità. Tu che te le sei sempre prese e che anche stavolta non hai esitato nel metterci la faccia dicendomi che la separazione da tua moglie tu non la volevi. Forse non è dipeso tutto da te, ma certamente tutto a te deve tornare.
Penso alla tua chitarra che ha smesso di suonare. Penso al tuo lavoro che ormai puoi cercare ovunque, a Roma come a Londra, in Italia come all'estero. Gl'ingegneri bravi sono ben pagati. Come ben intendi, in due non si è nessun posto. Ma da soli si può essere dappertutto. Da soli si torna a scoprire il modo in cui il proprio corpo reagisce agli impulsi, a uno sguardo altro che ci "stranisce", a un appuntamento da fissare, alla difficoltà di percorrere una strada che non si conosce. Aprire spazi dentro. Come fanno i tossici, che quando si bucano una vena in fondo è se stessi che cercano.
Ma un grande fotografo, nonostante la fissità dell'immagine, deve saper cogliere ciò che si agita dietro l'immobilità di un ricordo, di un paesaggio, di un fiume che scorre. Un grande fotografo deve soprattutto saper fotografare le cose che non si vedono. Deve saper scalare la più alta montagna e l'abisso più profondo. Deve saper guardare l'alto per capire il basso. Perché solo quando ci si trova nel fango, poi è più facile navigare nell'oro. Un amore che nasce è un'entità invisibile, una delle tante che ci accompagnano lungo il cammino. L'amore è un furfantello benigno e disonesto. Dietro una grande fotografia non si nasconde mai una realtà statica. Tra l'inizio e la fine, fluttuiamo noi.
Sì, lo so. Il modo ancor ci offende. Ci offende non che sia finita, ma che nessuno ci abbia chiesto di cominciare. Amore tiranno. Amore bastardo che illude e poi disincanta. Ogni storia arriva e ci colpisce e ci "vince". Poi, come in un gioco speculare, sordido e incomprensibile, due mani ce la portano via solo perché la nostra mano non la teneva già più.
Come tanti anni fa, sono ancora dalla tua parte. Allora nessuno ti chiese cosa tu pensassi, ora tutti lo faranno. Io invece non voglio. Perché farlo significherebbe condannare il vissuto che ci appartiene e che infondiamo quotidianamente negli avvenimenti che accadono. Perché tacere significa ricordarsi che noi, in fondo, siamo solo una serie d'istanti che fondano la nostra percezione delle cose. Ricordarlo, non fa male.
E' con te che parlo, non con un numero. So quel che provi. Perché in quella sera d'ottobre di tanti anni fa noi poggiavamo entrambi i gomiti sul bancone di una vecchia cantina senza sentire il bisogno di dirci, io a te e tu a me, ch'eravamo cresciuti, cambiati. Insomma ch'eravamo migliori e più grandi.
Le parole della tua lettera mi hanno scosso, mortificato ed esaltato. Essenziali e poetiche. La metafora delle ginocchia che non reggono al primo salto importante è la vera rappresentazione della vita. Altro che marionetta disarticolata. La vita sa bene dove vorrebbe andare, ma non sa dove mettere i piedi. Poi quando li poggia sul terreno si accorge che le buche sono troppe, ben distribuite e pure capaci di parlare.
Ma invece di partire dalla fine, io comincerei dall'inizio. Ben sapendo che quel ch'è accaduto sarà certamente il banco di prova per scoprire un altro uomo. Più solo, con meno alibi, con la responsabilità di prendere decisioni in proprio. Niente consultazioni, niente permessi, niente domande. Niente sensi di colpa. Solo rette parallele che s'incontrano ai nastri di partenza per poi ritrovarsi quando la corsa è finita. E quanto a quel che attendevi, sappi che arriva sempre e torna di nuovo a farsi desiderare. Finalmente, dopo tredici anni, ti toccherà andare verso quel fiume da solo, finalmente l'acqua che imbarcherai ti servirà per spegnere una vita che ormai è solo tua. E credimi, sono certo che il coraggio non ti mancherà. Non vedo l'ora di conoscerti di nuovo. E' bello stare soli, amico! La cosa più commovente sarà per te scoprire che quel fuoco che senti dentro non devi nemmeno spegnerlo, perché servirà a bruciare tutto quello per cui aveva bruciato prima. Lo sai che sono tanti, tredici anni? Allora, in quel lontano millenovecentonovantaquattro, mentre tutti noi pensavamo a svuotare i "bambinelli", tu prendevi moralmente la strada di un percorso condiviso. Noi bevevamo vino, tu l'ambrosia della maturità. Senza soluzione di continuità, ti sei ritrovato da una parte all'altra. Per ogni storia che finisce un'altra aspetta di cominciare. Cambiava la sostanza, non la forma. Ora che non hai più nessuna delle due, scoprirai quant'è bello ignorare le responsabilità. Tu che te le sei sempre prese e che anche stavolta non hai esitato nel metterci la faccia dicendomi che la separazione da tua moglie tu non la volevi. Forse non è dipeso tutto da te, ma certamente tutto a te deve tornare.
Penso alla tua chitarra che ha smesso di suonare. Penso al tuo lavoro che ormai puoi cercare ovunque, a Roma come a Londra, in Italia come all'estero. Gl'ingegneri bravi sono ben pagati. Come ben intendi, in due non si è nessun posto. Ma da soli si può essere dappertutto. Da soli si torna a scoprire il modo in cui il proprio corpo reagisce agli impulsi, a uno sguardo altro che ci "stranisce", a un appuntamento da fissare, alla difficoltà di percorrere una strada che non si conosce. Aprire spazi dentro. Come fanno i tossici, che quando si bucano una vena in fondo è se stessi che cercano.
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